“Un certo tipo di tristezza” di Sara Gavioli

un certo tipo di tristezza“Un certo tipo di tristezza”
di Sara Gavioli

 

Intervista all’autrice

 

“Un certo tipo di tristezza” è il romanzo di Sara Gavioli edito per Inspired Digital Publishing e disponibile su Amazon:

 Un certo tipo di tristezza €1,99

 

CONOSCIAMO MEGLIO L’AUTRICE:

  1. Quando e in quale luogo è nata la tua passione per la scrittura?
    Da bambina, ho letto “Emily della Luna Nuova”, di Lucy Maud Montgomery (l’autrice di “Anna dai capelli rossi”). La protagonista era una ragazzina che sognava di diventare una scrittrice. Penso sia stato allora che ho fatto una promessa a me stessa. Per quanto riguarda il luogo, direi sotto la trapunta del lettino di camera mia.
  2. Di che colore sono le tue opere?
    È una domanda poetica. Se parliamo di generi, il mio è un romanzo di formazione. Di solito, però, scrivo brevi frammenti che non definirei nemmeno racconti. Se però devo scegliere sul serio un colore, direi una di quelle tinte un po’ sbiadite che appartengono a qualcosa di caro.
  3. La scrittura è prima di tutto emozione. Quali sono le tre principali emozioni che provi quando scrivi?
    È di certo un percorso di crescita. Quali emozioni provo? Un senso di completezza, più che altro. Pace, serenità. E poi delusione, quando rileggo. Ma questo fa parte del gioco e mi porta a migliorare.
  4. Pensi che la scrittura possa essere uno strumento terapeutico nella vita quotidiana?
    Può esserlo, anche se lo scrittore non dovrebbe mai dimenticare che esiste un destinatario: il lettore. Se ci si limita a scrivere come terapia, sarebbe bene tenere le proprie opere nel cassetto.
  5. Cosa vuol dire per te scrivere?
    Ne ho parlato sul mio blog: per la maggior parte della gente scrivere è come vomitare, per me è come digerire. Scrivendo rielaboro le mie esperienze e le trasformo in qualcosa che diventa parte di me.

ED ORA PASSIAMO AL LIBRO SPERDUTO NELL’ISOLA CHE C’E’:

  1. Dove e in quale periodo storico è ambientato il romanzo?
    Ho volutamente evitato di dare una collocazione precisa alla storia. È ambientata ai giorni nostri, in un punto sperduto e montano da qualche parte d’Italia. La maggior parte delle vicende si svolge in una grande casa isolata, durante un inverno pieno di neve.
  2. Quale colore assoceresti al tuo romanzo?
    Rosso, ma antico e lavato troppe volte.
  3. Al protagonista, invece, quale colore assoceresti? Parlaci un po’ della sua identità…
    All’inizio, Anna non doveva nemmeno avere un nome. Mi illudevo di poterglielo non dare, per mettere in evidenza la sua situazione. Poi, però, l’incontro con Lidia ha imposto un cambio di programma. La mia protagonista è una ragazza come tante, che pur avendo molte qualità si è convinta di non valere nulla e si è autoimposta un isolamento quasi totale. Si è arresa: non riuscendo a trovare il suo spazio nella società, ha deciso di lasciar perdere e di rimanere in pace sotto il piumone. Come a volte succede, però, mettendo il naso fuori di casa inizia ad intrecciare legami e seguire altre storie. Questo non la porta ad ottenere chissà quale riconoscimento, ma a capire che le cose vanno così per chiunque. E ad iniziare a muoversi.
  4. Quali emozioni ricorrono maggiormente lungo tutto il romanzo?
    Mentre lo scrivevo, temevo che Anna fosse fastidiosa. In effetti lo è, presumo, come lo siamo tutti. Il lettore entra nella sua testa, assiste al racconto di vari momenti del suo passato che lasciano intuire come ha vissuto prima. Penso che l’emozione predominante nel romanzo sia la malinconia, quella che precede le decisioni importanti.
  5. Cosa ha ispirato il tuo romanzo?
    Di sicuro, la vita di tutti i giorni. Le persone della mia età, cioè dai venti ai trent’anni, vivono oggi un momento particolare. Durante l’infanzia ci hanno mentito: pensavamo che sarebbe andato tutto bene, che fosse semplice. I nostri genitori avevano un lavoro, provvedevano al nostro sostentamento, e noi siamo diventati adulti rimanendo convinti che sarebbe stata solo una questione di turni. Invece, a noi chiedono di dimostrare qualcosa ogni giorno, in ogni campo. Non facciamo che riempire liste di competenze e caratteristiche, per poi rimanere in attesa di essere giudicati tra milioni di altri giovani speranzosi. In questo contesto così competitivo, può capitare di arrendersi. Infatti succede sempre più spesso, e di gente come Anna ne esiste parecchia. Alla fine ci arriviamo tutti, e la soluzione è una sola: provarci, finché possiamo.
  • Scegli un frammento del romanzo da donare al lettore, affinché questo libro sperduto nell’Isola che (non) c’è venga scoperto e ritrovato come le preziose biglie dello zio Tootles:

Ero convinta che sarei morta così, immersa nel caos che mi circondava, e dal nulla sarebbero sbucati dei levrieri che mi avrebbero mangiato la faccia. La gente sola finiva sempre in questo modo, più o meno. Di certo non sarei mai diventata una persona vera. Gli annunci di lavoro scorrevano sullo schermo, ma erano tutti falsi. Non c’era niente per me. Non volevo vendere roba porta a porta, non avevo intenzione di fare l’animatrice. Era inutile. La società era un cubo blindato e nero, che mi limitavo a guardare con disapprovazione.

(Tratto da “Un certo tipo di tristezza” di Sara Gavioli)

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Un certo tipo di tristezza

 

Sinossi: Convinta che il mondo lì fuori la rifiuti, Anna decide di chiudersi in una tana fatta di incertezze e fragilità. Un giorno, però, un’opportunità inaspettata la trascina in quello che impara a considerare il suo ambiente naturale: una casa isolata in montagna, con accanto un paesino in cui ogni persona ha una storia. Sarà in particolare una di queste storie, sigillata fra le pagine di vecchi diari ingialliti, che la porterà ad interrompere la sua staticità, le sue incessanti riflessioni ed i suoi dubbi ed incertezze, spronandola a reagire per cominciare, finalmente, a camminare con le proprie gambe.

Potete seguire l’autrice sulla: pagina facebook e sul: blog Sara Gavioli

 

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